Accettare la sconfitta...
Accettare la sconfitta, o quanto meno “il non aver vinto”, è un passo fondamentale per crescere e vivere con armonia – o quanto meno senza esasperazione - il calcio Uisp.
Certo, non si può essere proprio felici, anzi, la delusione (e che girino le sfere…) è comprensibile, umano, naturale quando i risultati non arrivano.
Però, da qui a sfogare la propria insoddisfazione in atteggiamenti violenti (fisici o verbali) ne corre, cioè non esiste alcuna giustificazione a riguardo.
Quando si perde una gara, anche importante al fine della classifica, dobbiamo comprendere che si tratta unicamente di una sconfitta maturata in un gioco, e che questa sconfitta non sminuisce – IN ALCUN MODO - le nostre qualità personali.
Chi perde non deve sentirsi un fallito perché questo stato d’animo è frutto di una cultura errata che illude gli uomini di essere migliori di altri se vincono e peggiori di altri se perdono. Gli uomini sono tutti uguali (nella visione cattolica tutti amabili in quanto tutti figli di Dio), ma i loro comportamenti sono diversi (nella visione cattolica si distingue la persona dal comportamento, il quale lo si può ritenere errato e quindi comportarsi di conseguenza, cioè prenderne le distanze ma mai prendere le distanze dalla persona).
La cultura del non accettare la sconfitta (fortunatamente buona parte dei tesserati Uisp accetta serenamente il verdetto del campo) non nasce dalla realtà ma da una distorsione della realtà stessa.
Perdere una gara significa solo che l’avversario (e non il nemico) è stato: più bravo, più fortunato, più preparato. Capita.
Come nella vita capita che alcune cose vadano bene ed altre male.
La vita è questo: non una scia di successi ma un’imprevedibile sequenza di eventi che comunque, sia quelli belli sia quelli brutti, hanno il dono, se si ha la giusta visuale (cioè se li si accetta sapendo si essere persone imperfette, cioè capaci di sbagliare e per questo meritevoli del perdono), di farci crescere e scoprire nuove prospettive.
Quando si ripongono troppe aspettative in una contesa, nel proprio gruppo, e poi non si accetta il verdetto del campo appigliandosi ad un cumulo di banalità (unicamente per sfogare l’emotività accumulata), significa non vedere la realtà, cioè il dato oggettivo. Significa distorcere, a seconda del proprio ego (l’ego è, in parole povere, la maschera che mettiamo tra noi e la vita per risultare amabili agli occhi degli altri, cioè per essere accettati dagli altri, falsificando la parte più vera di noi e quindi aprendoci da soli la porta dell’infelicità poiché la felicità nasce solo dalla realtà), gli eventi per non sentirsi sminuiti dalla sconfitta.
Ora appare chiaro che solo chi vive nella realtà è in grado di essere felice.
Anche quando la realtà dice che gli avversari sono stati più bravi.
Purtroppo invece assistiamo, durante ed a fine gara, ad atteggiamenti che mostrano scarsa lucidità, cioè un’emotività esagerata (disarmonia tra ragione ed emotività), e succedono isterie (o peggio) che fanno pensare ad una generale infelicità delle persone sfogata al sabato, o quanto meno ad una incapacità di accettare gli eventi con un minimo di maturità.
Impariamo ad accettare gli eventi per ciò che sono.