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Dirigenti, giocatori e allenatori Uisp

Dirigenti, giocatori ed allenatori Uisp sono le colonne che reggono le rispettive società e con molti sacrifici permettono a paesi, grandi o piccoli, di avere un’identità collettiva che non è solo calcistica.
Occorre passione, fatica, spesso “cavare” i soldi dalle proprie tasche per iscrivere la squadra ad un gioco che significa anche e soprattutto stare insieme, crescere insieme, confrontarsi, come in una famiglia.
In ogni società ci sono sempre, due, tre, quattro - tra giocatori e dirigenti - che lavorano “più o meno” per tutto il gruppo, pulendo gli spogliatoi, rigando il terreno di gioco, organizzando il tutto.
Soprattutto grazie a queste figure il calcio Uisp va avanti: la singola squadra va avanti. Lo spirito di servizio verso gli altri è ammirevole e sottolinea le qualità delle persone.
Sarebbe ancora più bello, ed utile, se ci fosse maggiore condivisione all’interno di ciascuna squadra nell’accollarsi ciascuno la propria parte. Ciò garantirebbe maggiore partecipazione, minor sforzo individuale poiché la fatica è ripartita tra più soggetti. Il responsabilizzare le persone significa coinvolgerle, farle sentire utili non solo nello scendere in campo al sabato. 
I dirigenti, oltre ad organizzare la società nell’arco del torneo (impresa non facile), hanno anche responsabilità in vari ambiti. Gli allenatori poi, spesso ex giocatori (nell’Uisp è frequente anche la figura di allenatore-giocatore), devono sapersi rapportare nel proprio spogliatoio: spogliatoio composto dai componenti di un’intera rosa, cioè da venti-venticinque giocatori diversi caratterialmente. Non è semplice.
I giocatori poi ci mettono “le gambe”: taluni sono leaders, altri contribuiscono alla società solo con la prova del sabato. Questione di scelte, di impegni privati, di carattere.
Rilevante è comunque all’interno di ogni società il ruolo di “educatore” che spetta in primis a dirigenti e mister (ma anche ai giocatori con maggior carisma anche se tutti, con il proprio esempio, possono insegnare qualcosa): un ruolo delicato e difficile dal quale non ci si può sottrarre, anche se si hanno di fronte persone maggiorenni e, almeno teoricamente, mature.
Mister e dirigenti sono guide non solo sotto il profilo calcistico ma soprattutto comportamentale, umano.
Isolare o escludere calciatori violenti è un compito che innanzitutto spetta alle rispettive società.
Molte, negli anni, lo hanno fatto, trasformando ambiti ritenuti violenti in campi di calcio dove il calcio è festa, dura contesa ma sempre entro i limiti. In genere, salvo eccezioni, quando un ambiente non è sano o sereno dipende dalla “testa”, cioè da chi è alla guida.
Le responsabilità di queste “guide” sono appunto molte: i loro errori comportamentali o atteggiamenti violenti hanno spesso - consciamente o inconsciamente - influenza (non certo positiva) sui calciatori in campo, o su molti di essi, emotivamente più fragili e quindi condizionabili.
Per contro l’esempio positivo di un dirigente e/o di un allenatore in panchina, può contribuire molto nel comportamento dei giocatori anche perché se i giocatori – qui varia da soggetto a  soggetto – non riescono a controllare la trans agonistica, certamente chi sta in panchina è più lucido poiché privo dello sforzo fisico e quindi può intervenire e riprendere i propri tesserati poiché dotato di maggiore oggettività sui fatti.
Naturalmente errare è umano: capita a tutti, nessuno escluso, specialmente in contese sentite dominate dalla trans agonistica.
Importante – a mio avviso - è non reiterare gli errori, cioè ammettere che esistano, ed imparare a risolverli per il futuro.
Reiterare un comportamento sbagliato solidifica più comportamenti sbagliati – propri o di altri - ed è sempre sinonimo di un disagio più profondo a livello personale rivolto anche in ambito extra-calcistico.  
Migliorare, crescere, imparare, è sempre segno di grande umiltà.

Invitare i propri tifosi ad “incitare i propri beniamini” piuttosto che “offendere arbitro ed avversari” è prima di tutto un segno di maturità e di responsabilità, oltre che sinonimo di stile e gusto, anche perché allo stadio non si dovrebbe andare per sfogare la rabbia accumulata durante la settimana con urla sguaiate che in fondo esprimono solo tanta infelicità (poi, ovviamente, ogni tifoso è libero di riflettere sugli inviti a lui rivolti o di fare come gli pare).

 


 

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