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OLDANO RAPPUOLI. Per tutti, semplicemente OLDENO

Un grande amico di tutti.

Un uomo per bene che tutti abbiamo amato e stimato.

L’unica persona, con la sua meravigliosa semplicità, che ha avuto la fortuna e l’onore di esserci sempre stato, tra le varie generazioni passate nella lunga storia del nostro sodalizio.

Attraverso il tempo, vivendo le trasformazioni che porta il suo scorrere (sociali, economiche, umane, politiche).

Nato nel 1955, già da ragazzino, e quindi alla fine degli anni ’60, veste la maglia bianconera come giocatore; lo ritroviamo invece negli anni ’90 seduto in panchina a dirigere la sua squadra come allenatore. Il nuovo millennio lo vede protagonista come dirigente in quel Monticchiello che ha vissuto il sogno “Eccellenza”. Ricopre infine la carica più alta, quella di Presidente (2009-2012), come sempre con passione, amore, rispetto e dedizione, La lascia, quella carica, e ci lascia, il 6 agosto.

“Caro amico. Sarai sempre nei nostri cuori. Nei nostri ricordi. Nella nostra storia”.

 

OLDENO

 

 

(Tratto da COMUNITA’ – numero di Natale 2012 – Gian Paolo Boscagli)

L’uomo di pietra, capace di starsene immobile, completamente fermo, in mezzo a piazza S.Martino, per un tempo lunghissimo, interminabile, durante uno spettacolo estivo del Teatro Povero, negli anni ‘80. Molti spettatori pensarono davvero che si trattasse di una statua e noi ragazzi andavamo li, a spettacolo in corso, per vedere se si muovesse o meno.

Macché! Oldeno non si muoveva. O così ci pareva.

Come nell’epoca del superenalotto e del gratta e vinci, lui non si muoveva, pronto a giocarsi ancora la ormai obsoleta e sorpassata schedina del totocalcio, che nessuno giocava più. Fermo, nell’essere se stesso.

Nell’essere semplicemente Oldeno.

Lo ricordo anni fa, con la radiolina all’orecchio, gironzolare attorno al pozzo lungo, o per via di Mezzo fino a Porta S.Agata, mentre ascoltava le partite di serie A: la tv a pagamento aveva appena esordito e si diffondeva feroce all’ARCI e nelle case. Tifava Inter, una grande passione. Tra le leggende paesane rimane il gol segnato da centrocampo, in gioventù, nel derby a Pienza. Guidava una Fiat Punto, e prima ancora una Fiat Uno, ed aveva un bel sorriso. Lui, operaio figlio di operai, rimasto operaio, nonostante l’elevata professionalità acquisita. Credeva in un mondo più giusto, quel mondo più giusto che puoi osservare solo dal basso verso l’alto, e mai viceversa. Che puoi toccare solo se lo vivi con la mano callosa e con lo stipendio da operaio: quando hai bisogno di curarti, quando fai la spesa o paghi le bollette. Che puoi comprendere solo se hai il cuore di una persona buona, capace di sentire gli altrui disagi come fossero i propri.

Mani grandi. Enormi le sue. Per tenerci ben protetto il nipotino Giovanni. Con quella cura e con quella dolcezza che non penseresti mai siano proprie di mani tanto grandi. E invece teneva Giovanni con la stessa premura con il quale si tiene un uccellino raccolto da terra, prima di riaprire le mani e aiutarlo a riprendere il volo. Nel cielo.

Mani grandi per crescere Francesca e Jacopo, frutto dell’amore della sua vita, della “luce della sua vita”, come chiamerà spesso Susanna. La riprova di come l’amore generi amore e da un amore possano nascere così altri amori.

Mani grandi per portare avanti la società sportiva, di cui era Presidente, dopo tanta partecipazione (solo di rado interrotta), prima come giocatore, poi allenatore e dirigente. Ma non tanto la società sportiva scritta negli annali o comprata con pochi spiccioli nella tessera sociale o impacchettata nei vanti anacronistici di “quando c’ero io, ho fatto quello, ho fatto questo”. Lui amava la società viva, attuale, che ha il volto dei suoi ragazzi, quei volti che viveva al sabato, ogni sabato. Come guida che dà l’esempio, e l’esempio è servire gli altri prima di pretendere dagli altri. Scherzando, e condividendo emozioni e progetti. Sotto la pioggia battente che ti inzuppa dalla testa ai piedi, come in una fredda notturna a San Gusmé, quando oltretutto perdemmo 4 a 0 ma la serata continuò in compagnia al ristorante tra chiacchiere e risate. Di fronte ad un pubblico avversario che ti offende, come a Torrenieri, perché taluni tifosi per sentirsi vivi non hanno niente di meglio da fare che crearsi un nemico piuttosto che confrontarsi con un avversario. Sotto le solate di maggio, a San Casciano dei Bagni, quando l’aria luminosa e profumata trasporta la tua mente ovunque tranne che li, il campionato è ormai finito ma sai che faticherai lo stesso tutta l’estate per allestire la nuova squadra e rendere il campo sportivo giocabile per il prossimo settembre. E’ qui, che nascono e si saldano certi legami.

Mani grandi, per contenere l’amicizia che nacque così tra noi. Un legame profondo. Tra generazioni diverse. E l’uomo di pietra che faceva l’idraulico girando tubi e che era stato amico di mio babbo, del quale spesso ci raccontava le scorribande e gli aneddoti vissuti insieme, divenne amico mio e di mio fratello. Fu all’inizio degli anni 2000 che si formò “la Triade bianconera”: Oldeno Rappuoli, Gian Luca e Gian Paolo Boscagli. I tre rappresentanti sportivi della società, quelli che gestivano la squadra per intendersi, conosciuti in tutti i campi della provincia. Dai boschi e dalle acque calde di San Casciano dei Bagni alle torri maestose di S.Gimignano. Dalle pendici amiatino-grossetane di Seggiano fino ad Asciano con le sue celebri crete senesi. Dall’aretina Pozzo della Chiana alla senesissima San Rocco a Pilli. Molti premi ritirati, decine di conoscenze e rapporti instaurati con le società avversarie, tra mille incontri, e tanti nuovi angoli di provincia scoperti. Insieme. Tre dirigenti a tempo pieno, input straordinario per coadiuvare il lavoro dell’allora Consiglio Direttivo presieduto da Giuseppe Corda.

Tutto iniziò li, al campo sportivo, durante una partita casalinga del Monticchiello, alla quale entrambi assistemmo come semplici spettatori. Era visibile che mancasse qualcuno per dare una mano e così mi scappò di bocca: «Oldeno, perché non torni a dare una mano?». Lui rispose: «Se vieni te, vengo anch’io». E fu irremovibile nel ripetere: «Se vieni te, vengo anch’io». Così raggiungemmo mio fratello che già allenava da qualche anno. Per Oldeno fu un ritorno, dopo qualche tempo di pausa. Per me l’esordio. Fu l’inizio di un’amicizia profonda. Fu l’inizio della “Triade bianconera”.

La società sportiva era in forte cambiamento. Da fine anni ‘90 la maggioranza della squadra non era più composta da calciatori monticchiellesi. L’ingresso di amici dai paesi limitrofi era indispensabile per sopravvivere alla mancanza di giovani calciatori locali. Di conseguenza, anche il numero di chi gestiva il campo sportivo don Vasco Neri, impegno da sempre pesantissimo perché l’impianto è perennemente bisognoso di interventi di manutenzione, o di chi aiutava durante le partite, era diminuito. Si aprì tuttavia un periodo di crescita sportiva e organizzativa senza precedenti. Nacque il mito dei “Leoni della Val d’Orcia”, l’appellativo con il quale gli avversari conoscono la squadra di Monticchiello. Il sito internet e l’articolo settimanale sul Corriere di Siena sarebbero stati passi imminenti. Arrivarono i 4 campionati di fila nell’eccellenza nord Provincia, dove si giocava solo con squadroni locati da Siena fino alla Val d’Elsa. Forse gli anni più belli, nonostante gli avversari fossero troppo forti, quasi proibitivi, ma riuscimmo comunque a ritagliarci un “nome” e tanta considerazione oltre i soliti confini limitrofi.

Altro periodo cruciale fu il 2004, quando la società sportiva si salvò dall’estinzione ancora una volta. Molte figure storiche abbandonarono e occorreva un ricambio generazionale. Fu un’intuizione l’arrivo in massa dei ragazzi albanesi, tutti dello stessa cittadina albanese, e tutti residenti a Montepulciano per lavoro. Si aprì un nuovo ciclo. Arrivarono le coppe disciplina a raffica e la squadra, tornata a misurarsi con le compagini della zona dall’Amiata alla Val di Chiana, primeggiava con tutti. Un piccolo borgo di 250 anime riusciva a competere, anche sul campo di calcio, con paesi di tre, quattro, cinquemila abitanti, che avevano ovvie possibilità in più.

E Oldeno era sempre li. Dolce e sorridente e appassionato, e quando sbottava tutto passava come la neve marzolina, che dura dalla sera alla mattina. Indossava la tuta del Monticchiello con orgoglio, sempre in piedi accanto alla panchina, osservando i suoi ragazzi giocare. Il primo a scherzare. Ti sentivi pungere e li vicino c’era Oldeno con aria indifferente, che magari nascondeva un filo d’erba secca con il quale ti aveva appena pizzicato. Poi gli si scioglieva un sorriso di chi non la voleva fare franca e con le mani ti afferrava ancora per scherzare e ridere. E quando c’era rammarico per una sconfitta, la tensione si slacciava spesso con le sue proverbiali battute. Una volta, a Maltraverso, un arbitro rispose stizzito al pubblico che lo contestava: «Sono venti anni che arbitro io…», e Oldeno tra la folla replicò con calma: «Appunto, sarebbe l’ora che tu smettessi!»

Sicuramente un punto di riferimento e di equilibrio, una sorta di figura paterna. Tutti lo conoscevano nella provincia: giacchette nere, avversari, referenti Uisp, ed alla riunione degli arbitri ed a quella delle società che si sono tenute a settembre, i presenti si sono alzati in piedi per un applauso davvero spontaneo, che ha emozionato.

Ancora oggi aspetto che suoni il campanello, il venerdì sera o il sabato mattina. Immagino di affacciarmi, e di vederlo in strada che mi dice: «allora, a che ore si parte?». Ancora oggi mi viene da cercare Oldeno, con lo sguardo, al sabato, quando sono in panchina come dirigente. E nonostante gli altri giocatori di riserva accanto a me, un po’ mi sento solo, durante la partita. Ancora oggi penso alla sua malattia, a quella sofferenza che stravolge e smarrisce, ed alla quale noi credenti cerchiamo di attribuire un significato di sacrificio, anche se non è sempre facile riuscirci. Mi risuonano spesso in testa quelle parole bellissime, che ha detto sull’amicizia che lo legava a me e mio fratello, quando era all’Ospedale a Perugia, negli ultimi giorni.

Penso che tutti quegli anni che abbiamo condiviso siano stati una stupenda occasione, che sono riuscito a cogliere in pieno. Un’occasione che ha permesso di scavare dentro ciascuno di noi, tirando fuori un grande affetto reciproco.

Sono assolutamente certo che Oldeno è ancora con noi, al fischio d’inizio di ogni partita del Monticchiello. Del suo Monticchiello.

Accanto ai suoi ragazzi.