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LO SPIRITO UISP

DECALOGO DELL’AMATORE

1. Se eri “bravo” non eri negli Amatori; 

2. Fare gli Amatori è una scelta di vita, non ce lo ha ordinato il medico; 

3. Il lavoro, lo studio e i figli vengono prima del pallone: fidanzate e mogli possono anche aspettare; 

4. Quando ci sono gli allenamenti l’Amatore non vede l’ora di passare un paio d’ore con gli amici, se gli fa fatica è meglio che vada al bar: lì c’è sicuramente un biliardino; 

5. Se ci sono orari e regole da rispettare, ben vengano: ci ricordano i tempi di quando eravamo più giovani o (forse) più bravi; 

6. Le cene e le merende con i compagni sono sacre come la messa la domenica mattina; 

7. Il sabato c’è la PARTITA, non esistono anticipi o posticipi da vedere in TV, se non abbiamo voglia o ci sta’ pensiero andare al campo, è meglio (per tutti) stare a casa; 

8. L’allenatore è uno di noi, punto; 

9. Prima della partita, quando siamo negli spogliatoi e parla l’allenatore (quel bischero che sta in panca, ma se potesse…) si ascolta, poi si scende in campo tutti insieme, perché siamo un gruppo di Amici prima e una squadra di calcio poi, e vogliamo dimostrare fino in fondo di essere entrambe le cose; 

10. Quando si gioca si danno e si prendono, ci si arrabbia ma si aiuta sempre il compagno, si gioca sempre per vincere rispettando Arbitri ed Avversari e, sopratutto, quando non ce la facciamo proprio più alziamo la mano e chiediamo il cambio, perché in panchina c’è un Amico al quale “girano a mille” e non vede l’ora di entrare in campo. 

11. Le partite degli Amatori non durano 80 minuti, finiscono solo quando l’arbitro fischia la fine e di solito vince chi fa più goal. Ad oggi non ci sono notizie di vittorie assegnate a tavolino a quelli più belli o più “bravi”, casomai…

 

DIRIGENTI, GIOCATORI E ALLENATORI UISP

 

Dirigenti, giocatori ed allenatori Uisp sono le colonne che reggono le rispettive società e con molti sacrifici permettono a paesi, grandi o piccoli, di avere un’identità collettiva che non è solo calcistica.

 

Occorre passione, fatica, spesso “cavare” i soldi dalle proprie tasche per iscrivere la squadra ad un gioco che significa anche e soprattutto stare insieme, crescere insieme, confrontarsi, come in una famiglia.

 

In ogni società ci sono sempre, due, tre, quattro - tra giocatori e dirigenti - che lavorano “più o meno” per tutto il gruppo, pulendo gli spogliatoi, rigando il terreno di gioco, organizzando il tutto.

 

Soprattutto grazie a queste figure il calcio Uisp va avanti: la singola squadra va avanti. Lo spirito di servizio verso gli altri è ammirevole e sottolinea le qualità delle persone. Sarebbe ancora più bello, ed utile, se ci fosse maggiore condivisione all’interno di ciascuna squadra nell’accollarsi ciascuno la propria parte. Ciò garantirebbe maggiore partecipazione, minor sforzo individuale poiché la fatica è ripartita tra più soggetti. Il responsabilizzare le persone significa coinvolgerle, farle sentire utili non solo nello scendere in campo al sabato.

 

I dirigenti, oltre ad organizzare la società nell’arco del torneo (impresa non facile), hanno anche responsabilità in vari ambiti. Gli allenatori poi, spesso ex giocatori (nell’Uisp è frequente anche la figura di allenatore-giocatore), devono sapersi rapportare nel proprio spogliatoio: spogliatoio composto dai componenti di un’intera rosa, cioè da venti-venticinque giocatori diversi caratterialmente. Non è semplice.

 

I giocatori poi ci mettono “le gambe”: alcuni sono leaders, altri contribuiscono alla società solo con la prova del sabato. Questione di scelte, di impegni privati, di carattere. Rilevante è comunque all’interno di ogni società il ruolo di “educatore” che spetta in primis a dirigenti e mister (ma anche ai giocatori con maggior carisma anche se tutti, con il proprio esempio, possono insegnare qualcosa): un ruolo delicato e difficile dal quale non ci si può sottrarre, anche se si hanno di fronte persone maggiorenni e, almeno teoricamente, mature.

 

Mister e dirigenti sono guide non solo sotto il profilo calcistico ma soprattutto comportamentale, umano. Isolare o escludere calciatori violenti è un compito che innanzitutto spetta alle rispettive società.

 

Molte, negli anni, lo hanno fatto, trasformando ambiti ritenuti violenti in campi di calcio dove il calcio è festa, dura contesa ma sempre entro i limiti. In genere, salvo eccezioni, quando un ambiente non è sano o sereno dipende dalla “testa”, cioè da chi è alla guida.

 

Le responsabilità di queste “guide” sono appunto molte: i loro errori comportamentali o atteggiamenti violenti hanno spesso - consciamente o inconsciamente - influenza (non certo positiva) sui calciatori in campo, o su molti di essi, emotivamente più fragili e quindi condizionabili.

 

Per contro l’esempio positivo di un dirigente e/o di un allenatore in panchina, può contribuire molto nel comportamento dei giocatori anche perché se i giocatori – qui varia da soggetto a soggetto – non riescono a controllare la trans agonistica, certamente chi sta in panchina è più lucido poiché privo dello sforzo fisico e quindi può intervenire e riprendere i propri tesserati poiché dotato di maggiore oggettività sui fatti.

 

Naturalmente errare è umano: capita a tutti, nessuno escluso, specialmente in contese sentite dominate dalla trans agonistica. Importante – a mio avviso - è non reiterare gli errori, cioè ammettere che esistano, ed imparare a risolverli per il futuro. Reiterare un comportamento sbagliato solidifica più comportamenti sbagliati – propri o di altri - ed è sempre sinonimo di un disagio più profondo a livello personale rivolto anche in ambito extra-calcistico.

 

Migliorare, crescere, imparare, è sempre segno di grande umiltà. Invitare i propri tifosi ad “incitare i propri beniamini” piuttosto che “offendere arbitro ed avversari” è prima di tutto un segno di maturità e di responsabilità, oltre che sinonimo di stile e gusto, anche perché allo stadio non si dovrebbe andare per sfogare la rabbia accumulata durante la settimana con urla sguaiate che in fondo esprimono solo tanta infelicità (poi, ovviamente, ogni tifoso è libero di riflettere sugli inviti a lui rivolti o di fare come gli pare).

 

 

 

ARBITRI E ARBITRAGGI UISP

 

Critiche sugli arbitri ce ne sono sempre state e sempre ce ne saranno. Altro capitolo riguarderà – per par condicio – i dirigenti e i giocatori Uisp, nonché i “vertici” Uisp. Tutti d’accordo che fare l’arbitro è difficilissimo: si è soli contro 22 giocatori in campo, più le due panchine ed il pubblico, e quasi tutti cercano più che spesso di prendersela con la giacchetta nera quando le cose non vanno a proprio favore. Gli errori ci sono, è umano, e un comportamento di maggiore collaborazione da parte di tutti sicuramente favorirebbe un migliore arbitraggio. Già questa semplice consapevolezza può essere determinante, e molto costruttiva.

 

Personalmente ritengo che le critiche non debbano essere rivolte al “rigore non visto, al fuorigioco non sbandierato, al fallo non fischiato”, cioè al singolo episodio.

 

Gli aspetti da migliorare, quando possibile, riguardano ad esempio la forma atletica. Una buona forma atletica permette di seguire l’azione più da vicino e di mantenere la lucidità più a lungo, magari anche per ottanta minuti, cioè di ridurre la possibilità di errare in fase decisionale!

 

La non perfetta conoscenza del regolamento è poi un dato che riguarda alcuni arbitri e che ci è segnalato da giocatori di squadre diverse, con veri e propri “siparietti” – anche divertenti – in campo. PREMESSA PRIMA DI PROSEGUIRE - "Nessun atto di violenza, fisica o verbale, da parte di chiunque, giocatore, dirigente, tifoso, arbitro, può trovare alcuna giustificazione nelle decisioni arbitrali, giuste o sbagliate che siano". Ma le segnalazioni sulle mancanze arbitrali più gravi riguardano la “non brillante” applicazione del regolamento per quanto concerne il cosiddetto “gioco duro”, e su questo aspetto è un vero e proprio coro che si leva da ogni latitudine.

 

Ha un senso limitato ed un effetto tardivo ammonire o espellere giocatori nella parte finale della partita ormai sfuggita di mano dopo che nel primo tempo si è sorvolato su interventi scorretti che, secondo regolamento, meritavano una adeguata sanzione che non c’è stata! Omettere di estrarre i cartellini nelle fasi primarie delle gare, graziando i trasgressori, contribuisce all’esasperazione degli animi con il passare dei minuti e con i giocatori che tendono, anche per la stanchezza, a perdere lucidità e quindi a comportamenti più d’impeto, meno controllati. Eppure questo è l’atteggiamento della maggior parte dei direttori di gara, solerti nell’applicare il regolamento in fase di proteste (anche non offensive, ma che evidentemente toccano l’ego più che mettere in discussione il ruolo di arbitro) e poco solerti quando di mezzo ci sono i legamenti e le caviglie (non le loro, ovvio) dei giocatori! Uniformità di giudizio: cartellino per chi protesta, cartellino per chi gioca duro, soprattutto per prevenire che la contesa degeneri! Altrimenti finiamo per assistere – già in due circostanze nel corso di questa stagione – a arbitri che esclamano, salvo poi riconoscere l’errore a fine gara: “l’ho già ammonito, se lo ammonisco di nuovo devo espellerlo” – tra l’incredulità dei presenti e la cattiva applicazione del regolamento!

 

Se gli arbitri estraessero i cartellini (o fischiassero i falli) quando il regolamento lo prevede – cioè ripristinando il senso di giustizia dove l’infrazione viene adeguatamente punita – non ci sarebbero le “tensioni” (chiamiamole così) che ci sono durante e a fine gara. E questo fermo restando il fatto che l’arbitro è chiamato a far rispettare un regolamento che esiste per disciplinare i principi di uno sport, cioè di un pratica che pone a confronto – confronto in gran parte agonistico - le persone. La sua giusta applicazione significa anche tutela della salute, e questo è l’aspetto più importante soprattutto per chi non è un professionista, non è retribuito, ed il lunedì deve correre al lavoro!

 

Non a caso la Corte di Cassazione - con la sentenza n. 19473 depositata il 23 maggio 2005, ha stabilito un principio innovativo e travolgente, destinato a riportare il calcio ad una semplice attività ricreativa (anche dura, maschia, che prevede il contatto, l’agonismo, e la possibilità di subire infortuni) piuttosto che ridurlo ad uno “sfogo sociale” dove ogni comportamento violento – cioè lo sfogo della rabbia repressa durante la settimana - è consentito per il semplice fatto che la palla è in movimento (cioè fa parte del gioco qualsiasi tipo di intervento), ed oltre la ormai famosa soglia del rischio consentito…

 

Il principio è questo: In ambito sportivo tutte le volte in cui l'atleta violi una regola del gioco deliberatamente piegandola al conseguimento del risultato, con cieca indifferenza per l’altrui integrità fisica o, addirittura, con volontaria accettazione del rischio di pregiudicarla, allora, in caso di lesioni personali, si entra nell’area del penalmente rilevante, con la duplice prospettiva del dolo o della colpa. La Suprema Corte ha precisato che il dolo ricorre quando la circostanza di gioco è solo l’occasione dell’azione volta a cagionare lesioni, sorretta dalla volontà di compiere un atto di violenza fisica (per ragioni estranee alla gara o per pregressi risentimenti personali o per ragioni di rivalsa, ritorsione o reazione a falli precedentemente subiti, in una logica dunque punitiva o da contrappasso); mentre il fatto avrà natura colposa quando la violazione delle regole avvenga nel corso di un’ordinaria situazione di gioco, in quanto la violazione consapevole è finalizzata non ad arrecare pregiudizi fisici all’avversario, ma al conseguimento in forma illecita, e dunque antisportiva di un determinato obiettivo agonistico, salva, ovviamente, la verifica in concreto che lo svolgimento di un’azione di gioco non sia stato altro che mero pretesto per arrecare, volontariamente, danni all’avversario

 

Quindi è facile comprendere quale delicato ruolo investa il direttore di gara e lo chiami ad una sempre migliore preparazione tecnico-agonistica e nell’applicazione del regolamento per come esso è, a tutela dello svolgimento regolare del gioco ma anche a tutela della salute degli atleti.

 

 

 

CONCLUSIONI

 

Gli arbitri sono pochi, quindi vanno sia tutelati sia aiutati a crescere. Per crescere sono necessarie specifiche politiche da parte dell’Uisp ma anche la collaborazione delle società. Sicuramente è più facile fare il calciatore che l’arbitro. E’ per questa difficoltà, non solo tecnica ma soprattutto legata a sopportare il peso di un ruolo perennemente sotto pressione, che gli arbitri sono pochi. I calciatori sbagliano quanto, se non più, degli arbitri. Gli arbitri tuttavia subiscono una pressione ingiustificata e maggiore di quella dei calciatori, che rende particolarmente difficile fare l’arbitro e soprattutto rivestirne il ruolo. Senza arbitro non si può giocare, non si disputano partite. Quindi tuteliamo ed al contempo aiutiamo (con il comportamento corretto e sereno delle società e dei loro tesserati, oltre al diritto di critica costruttiva) a crescere gli arbitri Uisp, perché ciò significa che anche noi (tesserati delle società) stiamo crescendo.

 

 

 

A cura di Gian Paolo Boscagli